16-12-2021

Rapina Rolex: Scarcerazione per la nostra assistita

In questo articolo ti spiego come abbiamo ottenuto un provvedimento favorevole per una nostra assistita, accusata di una rapina aggravata.

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Rapina Rolex: Scarcerazione per la nostra assistita

In questo articolo voglio spiegarti come abbiamo risolto un caso molto delicato in cui una nostra assistita è stata arrestata per aver perpetrato una Rapina Rolex. 

È stata anche sottoposta a processo penale. Grazie alla tesi difensiva dell’Avv. Ismaele Brancaccio ella è stata prontamente scarcerata ed all’esito del giudizio di merito la rapina non è più da considerarsi aggravata.

Se vuoi sapere come abbiamo fatto, ti invito a leggere quest’articolo.

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L’antefatto

Nel luglio 2020, il GIP di Forlì disponeva la carcerazione per una nostra Assistita con l’accusa di aver perpetrato una rapina nel 2020, insieme a un altro soggetto, rimasto ignoto, nei confronti di una persona anziana, che si vedeva privata di un orologio d’oro di alto valore (marca Rolex).

L’indagata avrebbe, secondo la tesi accusatoria, sottratto l’orologio alla vittima, mentre quest’ultima si trovava in sella alla sua bicicletta, e poi, per garantirsi la fuga, avrebbe repentinamente aperto, più volte, lo sportello dell’auto accanto al quale la persona offesa si trovava, al fine di farla desistere dall’intento reattivo.

La nostra Assistita, quindi, dopo un periodo di latitanza veniva arrestata in provincia di Roma nel febbraio del 2021, oltre sette mesi dopo il fatto criminoso che le si imputava.

La contestazione

Il reato che si contestava alla nostra Assistita era quello di “rapina impropria” che ricorre, ai sensi del secondo comma dell’art. 628 c.p., allorquando si “adopera violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per assicurare a sé o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sé o ad altri l’impunità”.

La fattispecie contestata implica una pena abbastanza elevata, rientrante nella forbice edittale che oscilla tra un minimo di cinque a un massimo di dieci anni, oltre che il pagamento di una sanzione pecuniaria consistente (da euro 927 a euro 2.500 di multa).

Per di più, secondo la prospettazione accusatoria, la rapina sarebbe stata perpetrata ai danni di persona ultrasessantacinquenne e avrebbe avuto ad oggetto un bene di elevato valore.

Tali elementi importano per il legislatore un significativo aggravamento di pena, al punto che la nostra Assistita rischiava una pena detentiva fino a vent’anni di carcere.

Difesa di fiducia dall'Avvocato Ismaele Brancaccio a favore dell'imputata.

Le figure di reato

In particolare, il reato di rapina impropria è definito come una fattispecie “bifasica”, consistendo in due momenti precisi nell’arco dei quali si configura.

In un primo momento, infatti, il reo realizza il vero e proprio spossessamento del bene a chi lo detiene legittimamente: da questo punto di vista, vi è una condotta che integra la ben più mite fattispecie di furto (pena prevista da un minimo di sei mesi ad un massimo di tre anni, e multa da un minimo di 154 euro a un massimo di 516 euro).

In un secondo momento, il reo, al fine di garantirsi l’impunità (o di garantirla ad altri) pone in essere una condotta minacciosa o violenta all’indirizzo di chi tale impunità ostacola.

A ben vedere, quindi, il confine tra furto e rapina – con le ricadute in termini di pena così vistose – consiste proprio nella realizzazione della condotta violenta o minacciosa posta in essere dopo la perpetrazione del furto.

Per quali motivi l’Accusa chiede la Carcerazione

Veniva chiesta la carcerazione della nostra assistita, nel 2020, perché l’Accusa riteneva sussistenti gravi indizi che portavano alla sua responsabilità.

Infatti, la vittima, riconosceva, dalle immagini di videosorveglianza installate sul territorio di Forlì, l’indagata e la vettura sulla quale transitava al momento della commissione della rapina.

Inoltre, veniva chiesta la carcerazione perché la nostra Assistita, di nazionalità straniera, al momento della commissione del delitto (2020) era priva di un’idonea abitazione in cui essere sottoposta in regime di arresti domiciliari, ed era senza fissa occupazione, sicché ciò faceva supporre al giudice che la stessa traesse i propri mezzi di sostentamento nella perpetrazione di attività criminose della specie di quella per la quale si procedeva.

Dopo un lungo periodo di latitanza, tuttavia, la nostra Assistita veniva materialmente arrestata solo nel febbraio del 2021, rintracciata nel Comune di Ardea, in provincia di Roma.

La strategia difensiva

Arrestata, la nostra Assistita veniva condotta in carcere, dal quale, pochi giorni dopo, veniva sottoposta al cd. interrogatorio di garanzia: il primo momento in cui l’indagato, reso edotto delle accuse che gli sono mosse, ha la possibilità di difendersi rispondendo alle domande del GIP.

I Professionisti del nostro Studio Legale, interessati della vicenda, si avvedevano immediatamente del fatto che l’ordinanza di custodia cautelare, in ragione della quale l’Assistita veniva tratta in arresto, era stata redatta solo in lingua italiana, e mai tradotta in lingua persiana, cioè l’unico idioma parlato e compreso dall’indagata.

Immediatamente, veniva eccepito il difetto al Giudice e si chiedeva la traduzione del documento. 

Ciò in quanto, come anzidetto, è fondamentale che l’indagato in prima persona (e non appena il suo difensore) sia al corrente, in maniera precisa e dettagliata, delle accuse che gli sono ascritte, giacché solo così può compiutamente difendersi e respingere – o confessare – gli addebiti che gli sono mossi.

I Professionisti del nostro Studio, inoltre, chiedevano la scarcerazione dell’indagata e l’applicazione di un’altra misura cautelare perché il tempo trascorso dal momento in cui veniva emessa l’ordinanza custodiale (2020) e il momento della sua esecuzione (2021) aveva grandemente affievolito le ragioni che giustificavano il provvedimento di carcerazione.

Questo in quanto nel sistema penale italiano il carcere è (o dovrebbe essere) una misura estrema, da applicare solo quando le misure meno gravose non appaiono al Giudice sufficienti per evitare che l’indagato fugga o modifichi le prove o commetta altri delitti simili.

Nel caso di specie, rilevavano i Professionisti del nostro Studio Professionale, l’indagata era stata arrestata ad Ardea, luogo assai distante da quello in cui aveva commesso il reato (Forlì), il che comportava l’impossibilità materiale di inquinare le prove e costituiva, al contempo, la prova evidente del fatto che la stessa non intendesse allontanarsi dal territorio italiano e, quindi, fuggire.

Per di più, il fatto che tra il 2020 e il 2021 l’indagata, ancorché libera, non avesse commesso altri crimini doveva far ritenere che la stessa non fosse propensa a trarre i propri mezzi di sostentamento da attività delittuose: non vi era, quindi, il pericolo di reiterazione del reato.

I nostri Professionisti, quindi, chiedevano che il Giudice applicasse la misura dell’obbligo di dimora nel Comune di Ardea, dove risiedeva l’indagata.

Il Giudice, pertanto, disponeva la traduzione dell’Ordinanza di custodia cautelare e, adottava la seguente decisione.

La decisione del Giudice

Il Giudice accoglieva le tesi difensive e disponeva la traduzione in lingua persiana dell’ordinanza cautelare.

Disponeva, inoltre, la scarcerazione della nostra Assistita e l’obbligo di permanere nel Comune di A..

Ed infatti – rilevava il Giudice – l’indagato aveva, tra il 2020 e il 2021 reperito un’abitazione stabile, non aveva commesso altri delitti.

Rilevava, inoltre, il Giudice, che non c’era pericolo che l’indagato scappasse, avendo, nel giro di quasi un anno, stabilito il centro della propria vita sul territorio italiano.

Inoltre, il Giudice prendeva atto di quanto la nostra Assistita comunicava nel corso dell’interrogatorio, dopo aver appreso, finalmente, gli addebiti che le erano contestati.

Infatti, prima che l’ordinanza cautelare venisse tradotta, l’indagata non comprendeva per quale motivo fosse stata arrestata.

Tradotta l’ordinanza cautelare, grazie alla richiesta dei nostri Professionisti, la nostra Assistita rispondeva alle domande e ammetteva di aver sottratto l’orologio alla vittima, ma non di aver aperto lo sportello della vettura, usando violenza o minaccia per garantirsi la fuga.

Pertanto, il Giudice, avendo compreso che la condotta descritta dalla vittima era inverosimile, in attesa di approfondimenti di indagine che avrebbe dovuto porre in essere la Pubblica Accusa, disponeva la scarcerazione dell’indagata.

Disposizione della scarcerazione dell'indagata.

La sentenza di merito

Una volta scarcerata iniziava, infine, il vero e proprio processo di merito in capo alla nostra Assistita.

Nel corso dell’udienza celebrata con rito abbreviato, i Professionisti del nostro Studio riuscivano a dimostrare che l’azione repentina di apertura dello sportello (che era l’azione violenta che segnava il discrimine tra la fattispecie di furto e quella di rapina) non era stata posta in essere e che comunque, laddove fosse stata posta in essere, non sarebbe certo servita a garantire la fuga da parte dell’imputata, giacché laddove questo fosse stato l’intento della stessa, sarebbe stato sufficiente fuggire in auto.

Accolta anche questa tesi difensiva, la nostra Assistita non veniva condannata per il delitto di rapina aggravata (la cui pena, come detto, sarebbe stata fino a venti anni di reclusione), ma per quello molto meno grave di furto, riportando una condanna a mesi quattro di reclusione, da scontarsi interamente fuori dal carcere.

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